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Marcello Jatosti [15 Lug 2004] (puntata 2)

Sabato 3 luglio
Il turno di sonno è come in barca: quattro ore. Poi scatta la sveglia biologica, quella interna, op, il festival è qui, ora, forza, approfitta, non vorrai perderti qualcosa?
Sotto le docce, visioni quasi viscontiane. Se è vero che le Ouiches Loraines incantano lo sguardo, come non apprezzare queste sculture umane dai baffi a manubrio, dai capelli leoneschi, dalle facce slave che per spostarsi non camminano normalmente ma corrono alati sorridendoti con appena una punta d’ironia?



Butto in dentro la pancetta e con imparzialità del tutto accademica osservo la bella gioventù che mi circonda. Ce n’è davvero tanta, in giro.
Alle nove e mezza sono già nel giardino della Maison de Quartier, intitolata a Frédéric Chopin. Per la colazione. Dal banchetto degli strumenti in vendita, ammiccano foltissimi gli ottoni. C’è chi, fra un caffè e una tartina, si cimenta e già sogna un nuovo futuro da susafonista….

A mezzogiorno, musica e pastis a un’angolo della place des Beaux Arts. Sì, proprio quella. Proprio quello stesso angolo di marciapiede tellurico che ci ballò sotto i piedi un anno fa, nel cuore della noche de feria, quando imbizzarriti dalla festa infernale, senza più limiti di palco, di orari, di scalette, ci lasciammo portare dall’energia della folla, sotto al magico pallone bianco di Marco…
Non credo alle mie orecchie quando Federico attacca un giro di basso improvvisato e gli andiamo dietro che è un piacere, sormontati da una Marilena in versione stecchettoni. Intanto, mi raccontano, le altre fanfare più agili e meno ingombranti stanno suonando nei negozi: boulangeries, épiceries, drogherie, pescherie, ecc. Uno dei momenti più folli e divertenti, raccontano unanimi. E ci cedono simpaticamente i diritti sull’idea.
Alle due ce ne torniamo per il pranzo nel cortile-giardino sotto l’orecchio bonario e indulgente del protettor Chopin. Partono le jam sassion, si rinfocolano gli amori susafoneschi e generalmente bassistici dei più infervorati. Qualcuno prova a rilassarsi un po’.

Dosare le forze per la nottata, che sarà lunga. Questo è l’imperativo, la disposizione da diramare alla truppa, ma come frenare la passione dei più sfegatati? La passione secondo Matteo, tutta escandescente di adolescenza, oppure secondo José… inestinguibile, cromosomica.
Alle sette abbiamo appuntamento al nostro “luogo”, dove Pelle, Max Forestieri e altri oltranzisti della sgobbanza (da venerarsi come idoli) stanno allestendo la scena. Punti karma come se piovesse.
E meno male che abbiamo loro.


Perché gli organizzatori… ebbene sì, i mitici organizzatori francesi, sono in questo caso solo dei neofiti, dei pivelli alla prima esperienza scenistica. Stufi della solita “bolgia di strada”, hanno deciso di sperimentare nuove formule. Togliere la festa dalle piazze e metterla in luoghi separati, possibilmente meno affollati, dove apprezzare meglio la qualità dei gruppi (a questa spiegazione non riesco a trattenere un sorriso, quasi una smorfia). L’intenzione c’è, ma il risultato non è troppo felice, almeno per quello che sono riuscito a vedere (2 luoghi su 4). Infelici soprattutto i posti. Il nostro, un campo di calcio regolamentare in terra rossastra, polvere polverosa probabilmente importata dal magreb o dall’outback australiano. Palco, retropalco e buvette piazzati su un lato, e di là… il deserto.
Luci, pallone, effetti speciali si fanno attendere. Ma intanto il pubblico è già lì dalle 19, come da programma, e aspetta.

Alle otto, finalmente attaccano le coreografie acrobatiche dei Circa Tsuica, perfettamente rodate. Sono bravi e simpatici, un mix niente male. Mezz’ora di circo-concerto che cattura lo sguardo un po’ ansioso del titubandiero già costumato e pronto per lo show.


Tocca a noi: e che si fa adesso?
Tutti dietro il telone. Strizza? No, trovata scenica. Con la coda dell’occhio vedo Federico e penso al muro di Berlino (abbattuto da barbute casalinge germaniche in deshabillée). L’abito fa “pendant” con quello di Pelle. Più sexy, però, lo spacco inguinale di Pelle.

Usciamo per il primo set di mezz’ora, buttandoci su evergreen alla moliendo o watermelon. Tanto per andare sul sicuro. Certo che il volume e la pompa non ci mancano, per la miseria!

Ringalluzziti dall’impatto sonoro, ecco che già ci lanciamo nella “performance”. Francisco fustiga gli improvvisatori imbizzarriti nel free di yo-yo, poi trascina una fanciulla a ballare sul palco.
Ma adesso tocca di nuovo ai circatsuicensi e per mezzora ci si ricarica a bordo campo…

La serata avanza, con le bande in alternanza, e più s’avanza più la banda si fa ganza, complice il moscato di frontignan. Scene deliri pose movimenti coreografici escono sempre più naturali, mario canta affacciato da saturno, il serpente marilenario si conturba, la banda gira sgambetta e trotta, scivolando con pompieristica agilità sulla vacillante struttura di pezzi ormai quasi irriconoscibili. La Murga con Fabrizio che ersilieggia al clarino è così folle e indiavolata che il pubblico attacca a ballare.

E quando finalmente la notte scende sulla folla festante e le luci tingono d’oro le nostre figure sparute e come da copione spunta una luna piena all’orizzonte, ecco che puntualmente s’accende la magia, ecco che puntualmente avviene il miracolo. Trasformati in rocamboleschi eroi dell’arena ci lanciamo in una torrenziale tirata di oltre un’ora e mezza, fermandoci appena il tempo per goderci il nuovo gioco, appena imparato ma già ben collaudato: fomentare l’entusiasmo del pubblico. Ohé! Ohé! Ohé–hé–hé! Sempre più serrato. E loro dietro, sempre più accaniti.
Appena il tempo di rifiatare e ripartire in tromba: popone sgomita per uscire a far l’assolo, maddalena è paonazza su burkan ma non molla l’osso, e quando ho già il labbro che mi arriva alle ginocchia sento una tromba che spara a alzo zero, mi volto e c’è gianluca che pompa come se avessimo appena attaccato. Ho le contratture ai polpacci a furia di saltare come un grillo su quel palco, ma tutti stanno saltando come grilli, sopra e sotto. Sottopalco Ryan-Erio balla “en travesti”, un ghigno dionisiaco sul siculo faccione, fiancheggiato da un fellinianissimo Martufello in look circense e occhio smorto da pagliaccio triste. Francesco li tiene chiusi, gli occhi, forse dorme, non riesco a sentire il suo flauto. Poi li apre, vede la folla in estasi e annega in un brodo di giuggiole. Assolo a quattro mani sul clarinetto d’O Maestro! Maestro d’iperboli. Ohé! Ohé! Ohé–hé–hé!
n
Ancora. Andiamo avanti ancora. Non fermiamoci. Vai vai. E’ troppo bello. Ma… abbiamo superato il tempo. Fregatene. Godi!

“Marscèèèllo? Comment ont fait pour arreter tout ça ? Voi volete suonare ancora, dopo ?”
E’ l’una, la Circa Tsuica sta arrancando sull’ultimo giro di spettacolo e noi ci carburiamo al bar, quando Michelle mi fa questa domanda. Michelle è una donnina timida e sorridente, sui sessanta, direi, un bel volto da dare alle tante mail che mi ha scritto per l’organizzazione. Vogliono chiudere la serata, evitare il bailamme fino all’alba, problemi con il Comune exeterà.
Da parte mia, posso solo tentare il sorriso più disarmante che mi viene. Proverò a dirottare gli entusiasmi musicali verso l’uscita. Ma sarà difficile. Intanto sto parlando con Emanuel Protopopov. E’ proprio il nome vero. Mi mostra la carta d’identità per dimostrarmelo. Suonava violino, violoncello, pianoforte. Ora gli mancano quattro dita della mano sinistra e si consola con qualsiasi tipo di strumento a pistoni. Fa girare una bottiglia di whisky, in attesa della session.
Thomas, il giovane leone dei Circa, invece, ha la grappa, portata direttamente da Brescia, festival internazionale del circo. Propone un gioco, con la sgnappa: una roulette bresciana. Lui rulla sul rullante, la bottiglia passa di mano a giro, quando smette la rullata chi ha la bottiglia in mano deve bere.
Ecco: siamo cotti a puntino, e su istigazione del pubblico più irriducibile riattacchiamo. Non si doveva suonare tutta notte? chiedono i più facinorosi con una punta di rimprovero. Si sta giù, nel polverone australiano, ché il palco lo stanno già smontando i volontari (tanti e robusti) dell’organizzazione.

Finché pian piano il polverone ci avvolge, le luci si smorzano, e la festa si spegne. Alle 3, in Place des Beaux Arts c’è ancora qualcuno, ma non si suona più. Si beve, si parla, si familiarizza. Ho solo il rimpianto di non aver visto il raduno tzigano e soprattutto il mondo “preistorico”, gli altri due luoghi di quest’edizione scenarola, troppo lontani dal nostro circo, anche riuscendo a salire sul trenino che fa la navetta da un punto all’altro. Vedo un paio di kadors in versione cavernicola e penso a Orsola: sono costumi preparati su misura, con sapiente e paziente lavoro di taja e kuci per l’occasione. Ma i kadors sono fanatici di queste cose. Si son presi volentieri la pena di farlo. Ed è valsa.
Ormai, però, scocca l’ora. E’ il turno di sonno. Mi ritiro in palestra, polpacci inteccheriti, labbro a strascico, bollicine nel sangue, fricchichìo nel core, e m’abbandono al basso ostinato del maestro ronfatore che mi culla dolcemente verso il felice oblio dei sensi.

(fine della seconda puntata)

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